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Le radici del popolo curdo affondano nella notte dei tempi. Geograficamente il Kurdistan occupa quella fetta di territorio medio-orientale (la Mesopotamia) che fu definita “Mezzaluna Fertile” e dalla quale, probabilmente, ha avuto origine la razza umana. Oggi è distribuito su cinque paesi: la Turchia, l’Iraq, l’Iran, l’Armenia e la Siria. I curdi sono una popolazione dedita prevalentemente all’agricoltura, innamorata della natura, ma con una cultura pesantissima. Non hanno una religione “ufficiale”, ma seguono gli insegnamenti di Zarathustra che indicava il Sole, la Terra, l’Aria, l’Acqua come gli elementi che generano la vita. Quello curdo è un popolo che ha sempre odiato le armi, da sempre pacifico. Il Kurdistan non è mai esistito come entità politica, ad eccezione del 1945/ ’46 quando fu riconosciuto uno stato indipendente curdo subito dopo la guerra.
Questa esperienza durò poco perché ricadde immediatamente nelle mani di quelle nazioni che tutt’ora gli negano il diritto ad esistere. In Turchia nel 1974 nacque il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) che aveva come obiettivo la tutela della minoranza curda. D’accordo con gli Stati Uniti e con l’Europa Occidentale (che doveva chiudere un occhio su
questa questione), il governo di Ankara si iniziò a macchiare di un crimine terribile, il genocidio. Dichiarò, inoltre, il PKK un partito terroristico e arrestò i suoi militanti e i suoi simpatizzanti. Da allora moltissimi seguaci di questa organizzazione si spostarono sulle montagne della Turchia orientale (che è la zona curda, una regione prevalentemente montuosa) e diedero vita ad una vera e propria Resistenza. Fino ad oggi più di trentamila persone hanno perso la vita. Nel 1998 il leader del PKK, Abdullah Ocalan, promosse un progetto per la tutela del popolo curdo. Tra le proposte c’era quella di salvaguardare la lingua originale (negata dagli oppressori da più di trecento anni e mai insegnata in alcuna scuola, quindi tramandata da padre a figlio da generazione in generazione) e i suoi dialetti, oltre naturalmente ai
costumi ed alle tradizioni tipiche. Ocalan fu costretto a fuggire dalla Turchia e a rifugiarsi, chiedendo invano asilo politico, nelle varie capitali europee. Passò anche da Roma, dove la Commissione Centrale gli riconobbe lo status di rifugiato politico. Il governo presieduto da D’Alema, nonostante ciò, lo “invitò” ad allontanarsi dall’Italia, in quanto personaggio non comodo da gestire. Questa decisione fu frutto di fortissime pressioni internazionali (sempre taciute e tenute nascoste) che palesarono al mondo la pochezza dello stato italiano nello scacchiere degli interessi capitalistici mondiali. Ocalan, lasciata la nostra penisola,
fu arrestato ed estradato. Oggi è incarcerato in una prigione speciale su un’isola deserta, dove non ci sono altri detenuti, ma solo militari a controllarlo. Simile era la situazione dei curdi in Iraq fino all’inizio dell’ultima guerra. Nel 1961 si creò il KDP (Partito Democratico del Kurdistan) con obiettivi simili a quelli del PKK. Con l’avvento del regime di Saddam Hussein, iniziò la fase più drammatica per le popolazioni curde del nord dell’Iraq. Il dittatore iracheno mise in atto una pulizia etnica che mirava all’eliminazione totale della razza curda. Utilizzò nel 1988 perfino armi chimiche, gassando un intero villaggio. Tutti gli abitanti morirono, ogni forma di vita intorno a quel luogo da allora scomparì. La situazione migliorò dopo la prima Guerra del Golfo, quando fu stabilita la “no fly zone” per i velivoli militari iracheni a nord (dove vivono i curdi iracheni) e a sud del paese. In seguito agli eventi relativi all’attuale guerra di occupazione in atto in Iraq, diverse organizzazioni curde hanno criticato il comportamento del KDP che in cambio di una ridotta e controllata autonomia ha aiutato gli americani nella prima fase del conflitto. Questo comportamento non terrebbe, di fatto, conto del resto della popolazione curda sparsa per il mondo.
Come una pianta che ha radici ben salde nel terreno, per quanto si poti o si tagli, sempre ricrescerà, così è l’orgoglio di questa gente, che davanti a nessuno ha mai chinato il capo.
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