Articolo
apparso su "Gomorra. Territori e culture
della metropoli contemporanea”, Costa &
Nolan, novembre 1998
(di
Carlo Balestri ed Alessandro Cacciari)
Più
di alcuni dei tanti tifosi inglesi fermati preventivamente
dalle Forze dell’Ordine mentre cercavano
di recarsi allo stadio Olimpico per assistere
alla partita Inghilterra - Italia (Roma, ottobre
1997), devono aver avuto l’impressione che
i confini dello stato di diritto non venissero
scrupolosamente rispettati. Non è un caso,
infatti, che, dopo il trattamento particolarmente
pesante riservato ai tifosi inglesi, a prescindere
dal grado di “pericolosità sociale”
e dagli atti effettivamente compiuti, lo stesso
primo ministro Tony Blair abbia bollato il comportamento
delle Forze dell'Ordine italiane come troppo violento
e dettato da incompetenza. In
effetti, in Italia, a differenza dell’ Inghilterra,
è ancora pratica comune considerare, a
priori, il tifoso, come un potenziale criminale,
e, di conseguenza, trattarlo indistintamente con
il pugno di ferro. Infatti,
in Italia, l’unica risposta per arginare
il fenomeno del tifo violento è stata l’adozione
di misure di ordine pubblico e di controllo sociale
sempre maggiori. Non si è mai pensato che
per limitare i comportamenti violenti fosse necessario
anche introdurre misure di intervento sociale,
con politiche mirate non tanto a controllare e
a reprimere, ma capaci di analizzare i motivi
di questa violenza e di incidere, con un lavoro
di lungo periodo, sulla mentalità che sta
alla base di certi atteggiamenti. Una conoscenza
approfondita del fenomeno, infatti, porterebbe
alla luce un universo variegato e contraddittorio,
portatore di valori positivi ed energie potenti,
di cui la violenza espressa in varie occasioni
non rappresenta che uno degli aspetti. L’applicazione
di una politica di intervento sociale consentirebbe,
tramite l’ausilio e la mediazione di alcune
agenzie sociali (ci si riferisce, ad esempio,
ad esperienze già radicate negli altri
paesi: alla Germania con l’esperienza dei
Fanprojekte; al Belgio con quella dei Fancoaching;
alla stessa Inghilterra dove si è sottovalutata,
nella vulgata italiana, l’esperienza della
Football Supporter Association etc ) di attivare
un dialogo tra tifosi autorganizzati ed istituzioni,.
premessa indispensabile per creare un clima meno
teso negli stadi. In Italia, però, almeno
per ora, continua a prevalere una logica di contrapposizione,
delegando alle sole Forze dell’Ordine il
compito di contenere e reprimere duramente il
tifo violento. Il risultato: maggior tensione
intorno ai campi da gioco, esasperazione del conflitto,
non tanto tra ultrà delle opposte tifoserie,
ma tra ultrà e forze dell’ordine.
Le strategie di controllo adottate, poi, da una
parte hanno portato ad una militarizzazione degli
stadi e ad una trasformazione degli stessi in
luoghi più simili a bunker che a spazi
di intrattenimento, e, dall’altra, a misure
di carattere legislativo particolarmente severe.
Del primo dei due punti forniremo una breve descrizione
nel prossimo paragrafo; a seguire, produrremo
un’analisi tecnica e critica delle misure
di carattere legislativo.
Il
controllo del territorio e lo stadio bunker
In
Italia, ogni settimana vengono inpiegati circa
10.000 uomini per il controllo dell’ordine
pubblico in occasione delle manifestazioni sportive.
Le stazioni, i caselli autostradali, le strade
che conducono allo stadio sono già presidiate
molte ore prima dell’inizio della partita.
I tifosi ospiti che giungono in città,
sia con i treni speciali che con gli autobus (talvolta
anche con le auto private), vengono presi in custodia
e scortati direttamente allo stadio. Spesso, poi,
i tifosi in trasferta sono scortati sin dalla
città di partenza. Questa strategia di
controllo, che risulta efficace nelle partite
ad alto rischio, viene spesso applicata anche
per le partite a basso rischio di incidenti, limitando
molto la libertà di movimento di quei tifosi
che, invece di essere costretti ad entrare subito
allo stadio, preferirebbero visitare la città
o fermarsi in un ristorante a mangiare qualcosa.
Le
Forze dell’Ordine sono schierate in buon
numero anche all’entrata dello stadio per
perquisire i tifosi, allo scopo di impedire l’introduzione
di armi proprie ed improprie, di striscioni offensivi
etc. Solitamente, però, non vengono trovate
armi, ma ci si riduce a sequestrare quintali e
quintali di monetine e di accendini che, se nelle
partite a rischio possono essere utilizzati come
oggetti da lanciare contro il settore degli avversari
o in campo, normalmente svolgono le loro funzioni
proprie e cioè servono per accendere sigarette
o per comprare bibite. In tutte le partite - visto
che, per la legislazione italiana in materia di
ordine pubblico, un qualsiasi incontro sportivo
può essere ritenuto situazione di emergenza
- i tutori dell’Ordine possono perquisire
senza mandato e possono sequestrare gli oggetti
senza verbale di sequestro. Anche all’interno
degli stadi è ben visibile, nei punti chiave
(cioè a ridosso delle due curve), la presenza
di schieramenti di polizia già in assetto
da combattimento. Questa forte presenza di Forze
dell’Ordine già predisposte allo
scontro, unita al controllo troppo severo effettuato,
contribuisce ad alzare il livello di tensione.
A ciò si aggiungono altre misure restrittive
che possono toccare specialmente le tifoserie
in trasferta. Queste misure non sono però
standardizzate, ma dipendono molto dalle direttive
del funzionario delle Forze dell’Ordine
incaricato del settore ospiti; così, in
certi casi, può capitare che si crei dell’
inutile frizione tra ultras e forze dell’Ordine
per motivi apparentemente banali: talvolta la
polizia impedisce ai tifosi ospiti di attaccare
lo striscione del gruppo sulla balaustra, o ordina
loro di lasciare lo stadio, per motivi di sicurezza,
10 o 15 minuti prima della fine della partita
o, ancora, li costringe a rimanere sugli spalti
per ore dopo la fine della gara. Senza contare
che, spesso, nei momenti di afflusso e di deflusso
dei tifosi ospiti allo stadio o in città,
per sveltire le manovre, i tifosi sono sollecitati
con maniere fin troppo brusche. Anche
gli stadi italiani, nelle loro progressive ristrutturazioni,
per rispondere alle esigenze di controllo delle
tifoserie e di rigida divisione dei settori, si
sono trasformati in luoghi simili a bunker: entrate
anguste delimitate da barriere, transenne ed altri
ostacoli che, se efficaci nel permettere il giusto
controllo dei biglietti e le successive perquisizioni,
possono rappresentare un vero pericolo nei momenti
di emergenza in cui la gente deve sfollare velocemente;
alte recinzioni tra i vari settori dello stadio,
reti di protezione e fossati tra le gradinate
ed il terreno di gioco, misure cioè che
dovrebbero garantire la sicurezza delle persone
e dei giocatori in campo contro eventuali attacchi
della tifoseria avversaria, ma che possono diventare
letali nei momenti di panico collettivi (ad esempio,
pericolo incendi, black out elettrico, cedimento
di una parte della struttura, intemperanze dei
tifosi od altro). Basti, tra i tanti esempi, la
tragedia avvenuta ad Hillsborough, lo stadio inglese
di Sheffield, nel 1989, in cui persero la vita,
schiacciati contro le reti di recinzione, 95 tifosi
del Liverpool che cercavano invano di rifugiarsi
in campo per sfuggire alla pressione di una gradinata
piena fino all’inverosimile. La
stessa norma imposta dalla F.I.F.A. che prevede
progressivamente la sostituzione dei posti in
piedi con tutti posti a sedere, anche se è
considerata una norma di sicurezza, va più
nella direzione del controllo dei tifosi, tutti
costretti a prendere posto nella fila e nel numero
loro assegnato. Non è un caso, infatti,
che alcune società di calcio tedesche non
approvano del tutto questa direttiva perchè
ritengono che la sicurezza in curva non sia tanto
legata allo stare seduti o in piedi, ma quanto
al rispetto del limite massimo di capienza del
settore e, nella ristrutturazione dei loro stadi,
hanno previsto alcune soluzioni alternative per,
nel contempo, adempiere formalmente alla norma
e preservare un gran numero di posti in piedi.
In
Italia, comunque, questa norma è già
stata applicata mediante l’installazione
dei seggiolini di plastica in curva, ma i frequentatori
delle curve continuano a tifare in piedi ed i
nuovi posti a sedere sono risultati ampiamente
inutilizzati. Addirittura,
i seggiolini, invece di garantire una maggior
sicurezza, risultano, in questi stadi, pericolosi
perchè in caso di emergenza possono intralciare
la fuga dalle gradinate e, in caso di incidenti
possono diventare delle armi improprie particolarmente
insidiose. Per
concludere, a fronte di una situazione caratterizzata
ancora da numerosi episodi violenti, riteniamo
che un atteggiamento più discreto e meno
invasivo da parte delle Forze dell’Ordine
- ed in alcuni casi specifici anche una maggior
competenza - possa, da una parte, contribuire
a rendere meno teso il clima all’interno
degli stadi. Se questo sforzo fosse poi accompagnato
da una politica di intervento sociale nelle curve,
dall’avvio di un dialogo tra le associazioni
di tifosi e le istituzioni, certamente anche gli
stessi protagonisti della domenica allo stadio
potrebbero fare la loro di parte nello stemperare
un clima fin troppo infiammato. Anche una progressiva,
ma necessaria trasformazione degli stadi, non
più e non solo ai fini di esercitare un
ferreo controllo, ma anche, e soprattutto, ai
fini di garantire la sicurezza (quindi un ampliamento
delle vie di fuga, la copertura dei numerosi fossati
che dividono molti terreni di gioco dai rispettivi
spalti, un minor impiego di recinzioni e, comunque,
provviste di meccanismi semplici ed efficaci di
apertura e rimozione), contribuirebbe a rendere
l’andare allo stadio meno simile ad un gioco
di guerra, per evitare anche che qualcuno ci prenda
troppo gusto.
L’apparato
legislativo
Per
far fronte all’emergenza della violenza
calcistica e sportiva in genere il Parlamento
emana la Legge n. 401 del 13 dicembre 1989, intitolata
alla “tutela della correttezza nello svolgimento
di competizioni agonistiche”. In questa
legge, tra disposizioni dedicate alla prevenzione
della corruzione sportiva, si incontra l´articolo
6 che introduce la cosiddetta diffida, vale a
dire il divieto di accedere per solitamente un
anno ai “luoghi ove si svolgono competizioni
agonistiche”. Si tratta chiaramente di uno
strumento preventivo, destinato ad essere irrogato
prima che un reato venga effettivamente commesso.
Lo dimostra l’Autorità preposta all’irrogazione
della diffida, che non è il Tribunale ma
la “Autorità di Pubblica Sicurezza”,
vale a dire la Questura. Il provvedimento può
colpire persone non solo condannate, ma anche
denunciate per “aver preso parte attiva
ad episodi di violenza in occasione o a causa
di manifestazioni sportive o che nelle stesse
circostanze abbiano incitato o inneggiato alla
violenza”. La discrezionalità riconosciuta
alla Questura è notevole. Questa infatti
può imporre la diffida anche a chi sia
solo denunciato per tali fatti ed essere quindi
del tutto innocente. Si noti: è la polizia
che decide chi denunciare; è la stessa
polizia che decide chi, tra i denunciati, deve
essere diffidato. Una doppia discrezionalità,
in relazione prima alla denuncia, poi all´irrogazione
della diffida. Si tratta evidentemente di uno
strumento deterrente nelle mani delle forze dell’ordine
che garantisce un margine di manovra da utilizzare
non tanto contro gli autori reali di episodi di
violenza sportiva, quanto contro coloro che danno
particolarmente fastidio per essere tra i più
assidui frequentatori di gruppi della tifoseria.
L’applicazione pratica dell’istituto
spesso ne è una conferma. Oltre
a ciò, gli stessi presupposti per l´irrogazione
della diffida appaiono estremamente elastici e
di non precisa definizione: basta infatti che
una persona sia segnalata per un comportamento
che è qualificabile come “incitamento,
inneggiamento o induzione alla violenza”che,
senza essere nè denunciata nè condannata,
può incorrere nel divieto d’accesso
allo stadio. A
rendere ancora più restrittivi i termini
della legge è il cosidetto “Decreto
Maroni”, convertito poi nella Legge n°
45, del 24 febbraio del 1995, che estende il divieto
di accesso anche ai luoghi circostanti gli impianti
sportivi ed introduce l’obbligo di presentarsi
al comando di polizia quando si svolgono le gare
sportive per le quali vale la diffida. Grazie
al Decreto Maroni, ora, con l´irrogazione
della diffida, il Questore può quindi imporre
anche l´obbligo di presentarsi al comando
di polizia nei giorni e nelle ore in cui si svolgono
le gare sportive per le quali vale la diffida.
Quest’ obbligo risulta particolarmente pesante,
e per non incorrere in censure di costituzionalità
il legislatore ne ha previsto un meccanismo di
controllo giudiziario. La prescrizione di presentarsi
deve infatti essere comunicata, a pena di decadenza,
dal Questore al Pubblico Ministero presso la Pretura
ed entro le successive 48 ore essere convalidata
dal Giudice per le Indagini Preliminari. Contro
la convalida è possibile il ricorso in
Cassazione, ricorso che peraltro non ha effetto
sospensivo. Si
capisce che i brevissimi termini concessi al Giudice
e soprattutto la mancata previsione di una udienza
alla quale possa intervenire la persona colpita
dal provvedimento e farsi assistere da un suo
difensore (“assenza di contraddittorio”)
riducono il controllo giudiziario a poco più
che una formalità. Il Giudice non è
infatti messo in condizione di disporre di tutti
gli elementi di fatto relativi al caso e potrà
basare la sua decisione solo sui rapporti di polizia.
Il
decreto Maroni poi eleva il limite massimo di
pena per la violazione: si passa infatti da dodici
a diciotto mesi, prevedendo anche l’arresto
immediato per il mancato rispetto della diffida
(ma non dell´obbligo di firma). Recentemente
è stata sollevata una questione importante.
La normativa infatti non prevede il contraddittorio
nel procedimento per la convalida dell’obbligo
di comparizione, lasciando alla sensibilità
del singolo giudice procedere al giudizio sulla
base di acquisizioni scritte (vale a dire i rapporti
di polizia) o aprire una udienza con la comparizione
dell´interessato. Se ne deduce quindi la
violazione delle norme costituzionali che prevedono
che la difesa sia sempre garantita in ogni grado
del giudizio. Con
la sentenza 144/47 la Corte Costituzionale, nel
maggio del 1997, ha imposto, limitatamente ai
provvedimenti con l’obbligo di firma, il
contraddittorio, stabilendo che nel giudizio di
convalida la persona colpita dal provvedimento
di obbligo di firma possa produrre scritti difensivi,
sia personalmente che tramite un proprio difensore,
che il Giudice per le Indagini Preliminari ha
l’obbligo di prendere in esame. Il provvedimento
deve avvisare l´interessato di tale facoltà,
pena l’illegittimità della stessa.
In
ultimo, un’osservazione. Il quadro delineato
conferma la tendenza del sistema italiano a coprire
con il penale tutte le aree che presentano forti
conflittualità sociali, attraverso una
progressiva estensione della criminalizzazione
a comportamenti che vengono considerati anticipatori
di fatti previsti come reato. Questa tendenza
risulta oggi aggravata dalla necessità
del sistema politico di “mostrarsi forte”
a fronte di situazioni emergenziali alimentate
da campagne condotte sui mass-media. Vengono così
emanate normative sempre più severe (cfr.
il recente disegno di legge a firma Veltroni-Flick
che intende introdurre pene più aspre per
i reati da stadio, processi per direttissima e,
per i diffidati con l’obbligo di firma,
il domicilio forzato nelle giornate di svolgimento
delle competizioni agonistiche) senza considerazione
alcuna né degli effetti di queste, né
della reale loro applicabilità. Per
il tifo organizzato, a nostro avviso, più
che pensare ad una ancor maggior efficienza nel
colpire indistintamente il fenomeno, sarebbe utile
tentare di comprendere le cause e le radici del
problema della violenza, coinvolgendo anzitutto
i diretti interessati, cioè i tifosi. Solo
aprendo un dialogo ed una collaborazione attiva
con quelle parti del mondo del tifo organizzato
(e sono molte) interessate alla riduzione della
violenza e capaci di assunzioni di responsabilità,
si può ottenere un vero risultato in termini
di riduzione e controllo della violenza che accompagna
gli eventi calcistici.