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paura del diverso
paura del possibile ”
E’
ormai noto che ciò che non si capisce, ciò
che è altro, incute timore, sospetto, rabbia,
violenza; ma esiste anche un’inclinazione
che ci porta verso l’altro che ci fa “abbandonare”
le nostre famiglie il giorno di Natale per comporne,
insieme agli “ultimi” della città,
una ancora più grande: una comunità
che tende all’integrazione.
Perché non basta condannare il razzismo,
bisogna “agire” nelle sue condizioni
collettive di manifestazione, insomma l’antirazzismo
non deve essere solo una filosofia (teoria) ma anche
un’azione (pratica). Una duplice azione contro
l’esclusione dell’altro e la sua sottomissione,
con la violenza e la dominazione, e a favore di
una fraternità effettiva e reciproca.
Tutti questi propositi nascono all’interno
di una curva, luogo interclassista e di socialità
come pochi, crocevia e specchio delle diversità
e delle contraddizioni presenti in città,
dove non dovrebbe mancare la volontà fra
i ragazzi e le ragazze che la vivono, di imparare
a conoscersi, a parlarsi, a ridere insieme, cercare
di condividere, fare vedere che spesso si hanno
le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi per
poi rapportarsi con altri soggetti così come
in passato già è successo. In occasione
della partita Cosenza - Crotone della stagione 2000-2001
la nostra curva ha ospitato la comunità kurda
di |
Badolato; per ribadire, come recitava lo striscione
che in quella occasione venne esposto, che “una
curva con 1000 bandiere per una terra senza frontiere”
simboleggia una comunità sensibile alle differenze,
anzi le innalza, innalza i diritti della differenza.
Innalzare (difendere) le differenze, le minoranze
è importante in tempo di omologazione però
sempre contrastando i feticci
identitari, rispolverati ad ogni latitudine, proposti
per combatterla.
In
uno scenario del genere in cui la globalizzazione
è confortata da
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una socializzazione di razzismi contro delle figure
sociali a cui si da una connotazione negativa, come
i migranti e gli ultras e verso i quali viene esercitata
una comune ed unica soluzione: la repressione (vedi
cpt, militarizzazione degli stadi e delle coste).
La nostra realtà va in controtendenza e gli
esempi sono l’organizzazione dei primi raduni
ultrà negli anni ’80, passando per
i mondiali antirazzisti di Montecchio ed il già
citato pranzo di Natale. In tutti questi casi viene
testimoniata la volontà di socialità
e non di esclusione della nostra curva.
Rivendichiamo questo modo di agire differente, forse
scomodo per alcuni o meglio ai più ed è
per questo che noi parliamo di contro-cultura ultrà,
la nostra contro-cultura ultrà.
COSENZA
SUPPORTERS
AGAINST RACISM
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